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Homines sumus. Rileggiamo l’Eneide.


Non ignara di mali imparo a soccorrere i miseri.

Didone ed Enea

Parola di Didone, una regina che ha avuto pietà di Enea e dei naufraghi “spiaggiati” sulle coste di Cartagine.

Un bel libretto – “Homo sum” , Essere ‘umani’ nel mondo antico” (132 pp., 12 euro, Einaudi) – del classicista Maurizio Bettini, nato un anno prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ci aiuta a capire di che cosa stiamo parlando quando parliamo di diritti umani. Di un’invenzione piuttosto recente (settant’anni fa, appunto) o di qualcosa che già gli antichi (alcuni antichi) avevano intuito, ma che poi solo la contemporaneità ha cercato – con molte contraddizioni – di realizzare?

La storia è lunga, appunto, e si può partire dalle splendide pagine dell’Eneide di Virgilio dedicate a quei “rari nantes”, a quei naufraghi dispersi tra le onde. La rovina di Troia, avverte Bettini, è già tragedia universalmente conosciuta ed Enea contempla la desolazione della sua città con parole indimenticabili: “Sunt lacrimae rerum…”, sono lacrime delle cose e le vicende mortali commuovono gli animi.

La conoscenza delle cose, dunque (oggi diremmo: l’informazione) è il primo passo verso l’azione. Se ignoriamo il naufragio, non può commuoverci né smuoverci. Però questa, ci avverte l’autore, non è l’unica interpretazione possibile. Le cose tristi della vita ci suscitano lacrime ma le cose stesse sono bagnate di lacrime. Immaginimo che lo sguardo di Enea passi dalle rovine di Troia “agli scenari delle innumerevoli guerre che insaguinano il presente. Che cosa vedrebbe Enea in queste circostanze? Una bambola strappata, una scarpa spaiata, un cassetto bruciato o insanguinato”.

Lacrime delle cose, appunto. E le lacrime degli esseri umani che le accompagnano. “Guardateci da vicino”, dice Ilioneo ai cartaginesi che minacciano di bruciare le navi dei troiani, “non siamo nemici ma infelici”.

E la regina Didone li rassicura: noi dobbiamo difendere le nostre coste dal nemico che ci minaccia ma sappiamo riconoscere gli sfortunati che ci chiedono aiuto. Non solo, avranno gli stessi diritti dei suoi sudditi. “E se volete restare con me in questi regni, da uguali (pariter), vostra è la rocca che innalzo. Tirate in secco le navi. Per me fra Tirio e Troiano non si farà differenza”.

Ecco la stupefacente modernità della regina cartaginese: quel “pariter” che riconosce l’eguale dignità dei popoli e degli esseri umani. Significa che, pure in un mondo antico strutturalmente fondato sulla diseguaglianza (anzi, peggio: sulla schiavitù) e sulla differenza dei diritti, c’è in realtà già l’intuizione dei diritti umani universali. Anzi, di un “diritto privilegiato” dello straniero sfortunato, già venerato come sacro nelle antichissime pagine dell’Antico Testamento.

Bettini cita anche una tradizione rurale-religiosa dell’Attica. I “Bouzygai”, aggiogatori di buoi, sorta di casta sacerdotale a cui toccava il compito della prima aratura rituale, scagliavano le loro maledizioni verso tre categorie di persone: coloro che negavano fuoco e acqua ai bisognosi; chi negava l’indicazione della strada agli erranti; quelli che lasciavano insepolto il corpo di un essere umano. Ben prima di arrivare al Vangelo, che identifica addirittura gli affamati e gli assetati con lo stesso Figlio di Dio (“chiunque avrà fatto qualcosa per loro, l’avrà fatto a me”) e che indica uno straniero “impuro” come il Samaritano come vero esempio di solidarietà, i diritti umani lampeggiano, sia pure dentro le ombre di società patriarcali e autoritarie, come luci dell’alba.

Nell’epilogo di “Homo sum”, Bettini ritorna ai Romani, marcando la differenza con gli Ateniesi: “I Romani non si sentono affatto ‘figli’ della loro terra, tutto il contrario. … a Roma lo straniero, lo schiavo, anche se originario di terre lontane, può diventare cittadino… Tito Livio scriveva che proprio da quella moltitudine di uomini, raccolta ‘senza distinzioni’ attorno a Romolo, scaturì la ‘forza’ che avrebbe fatto un giorno la grandezza della città”.

La storia ha smesso da tempo di essere maestra di vita. Oggi siamo smemorati e innamorati delle novità, anche quando sono vecchissime. Bettini e i latini invece ci insegnano e molto. Umilmente, rileggiamo, ripensiamo, ricostruiamo le radici. Riscopriamoci: homines sumus.