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Quattro donne

Anche se, su 305 detenuti, 284 sono uomini, la casa circondariale di Spini di Gardolo è in mano alle donne. Donna è la direttrice Anna Rita Nuzzaci, donna è la comandante della polizia penitenziaria Ilaria Lomartire. Donna è la responsabile del servizio medico Chiara Mazzetti. Donna è la garante dei detenuti Antonia Menghini.

Parlando con loro, durante una visita compiuta giovedì mattina insieme ai colleghi consiglieri provinciali Demagri e Marini, abbiamo avuto la conferma che – nonostante i cronici problemi di carenza di personale e l’eccedenza di detenuti rispetto alla capienza ottimale – il carcere di Spini sia in ottime mani. Mani di donne intelligenti, ferme ma anche sensibili alla qualità della vita nella cittadella carceraria. Dal programma di prevenzione dei suicidi (l’ultimo è stato a fine 2018) all’attenzione al Covid-19, che finora (toccando ferro) in questa seconda fase ha risparmiato la comunità di Spini anche grazie a una vigilanza attenta.

Quattro donne ai vertici di responsabilità. E un uomo con un ruolo importante, anche per i molti detenuti islamici. Il cappellano don Mauro Angeli, già segretario dell’arcivescovo, dipendente part time della direzione della casa circondariale, non può far dimenticare l’indimenticabile padre Fabrizio, ma anche lui “è una specie di angelo”, ci garantiscono, giocando sul suo cognome.

Va detto pure che l’assistenza sanitaria è migliorata negli ultimi mesi (mancano sempre un ecografo e un apparecchio radiologico, anche di seconda mano: che cosa aspetta, l’Azienda sanitaria?) e prevede una presenza medica 24 ore su 24, oltre a una potenziata assistenza psichiatrica e psicologica: forse l’unico servizio sociale, va detto ad onor del vero, che è cambiato in meglio in provincia di Trento durante la presidenza Fugatti. Anche perché la rivolta seguita all’ultimo suicidio ha innescato una svolta di maggiore consapevolezza.

Rimangono alcuni nodi mai sciolti. La scarsità di lavoro che si può affidare ai detenuti, costretti all’inattività per troppo tempo (anche se la scuola è abbastanza frequentata). La carenza di “quadri” nella polizia penitenziaria (solo 7 ispettori sui 27 previsti). Ma soprattutto il fatto che la direzione a scavalco con Bolzano (carcere vecchio, con un terzo della popolazione di Trento ma ben sette femminicidi reclusi) non consente alla direttrice Nuzzaci di dedicare l’intera attenzione a Spini.

Problema annoso, aggravato dalla mancanza di concorsi nazionali per direttori e dalla allucinante rotazione di direzioni che la casa di Trento ha vissuto negli ultimi anni.

Un provveditorato regionale – sganciato da quello triveneto diretto da Padova – potrebbe ovviare a questa situazione non dignitosa, né per chi dirige né per gli ospiti di una struttura teoricamente modello che in realtà presenta un’alta complessità di gestione? La proposta non è nuova, finora non c’è stata la volontà politica di affrontarla. Speriamo che non ci voglia un’altra rivolta per prendere di petto la questione.

Intanto, giovedì mattina, la casa di Spini ci è sembrata quasi un’isola rispetto alla paura pandemica che ci sta avvolgendo tutti, all’esterno di quei muri. Nelle salette colloqui hanno messo le divisorie trasparenti e hanno dimezzato posti e visitatori (non più di due per detenuto). E il bambinetto che gioca seduto per terra, con i suoi colori, mentre la sua giovane mamma parla con il suo papà rinchiuso, è una scena famigliare che ci lascia un piccolo segno di speranza. Forse non “andrà tutto bene” (che slogan assurdo!) ma in carcere a Trento va meglio e si può fare ancora qualcosa di meglio. Perché una società civile si distingue proprio per gli sforzi migliori che mette in campo per le situazioni peggiori.

Intanto, le quattro donne che “governano” Spini ce la mettono tutta. E vanno ringraziate.

PAOLO GHEZZI, capogruppo Futura in Consiglio provinciale

(l’Adige, 25 ottobre 2020)